Troppo rumore.  Spegnete quella radio. Sono seviziata dagli strilli. Accompagna tua sorella in bagno. Senti quanto urla. Fàlla smettere. Non lo so come. Prendi il succhiotto e ficcaglielo in bocca. Mi seviziano, tutti i giorni. A frustate mi pigliano. Ho le piaghe del martire fin dentro le ossa. Fratture al sistema nervoso. Slogature alla coscienza. Croste alla pazienza. Dico io, ma ci si può ridurre  così? Guardatemi, i capelli stinti, secchi come paglia, che scoppia un incendio pure se gli getti sopra un cerino spento, la pelle screpolata che non ne posso più di darmi la crema, tanto non serve a niente, il grasso di foca ci vuole, il sudore di balena, perché mi tornino morbide, lisce come il pavimento dopo la cera. Allora, ancora lì a tirare lo sciacquone siete? E’ la terza volta che questo scroscio d’acqua mi travolge le meningi, mi trema il pensiero, mi sculetta la testa… Colpa del fracasso, del rumore maledetto. Di voi due mocciosi, che se non uscite da quel bagno, subito adesso, vi spedisco a letto con la buonanotte del Diavolo anziché quella del buon Dio.
Sì, lo so, dovrei farmi le unghie, saranno dieci anni che non ci passo il graffio di una lima, il lusso di uno smalto. E pensare che l’altro giorno al mercato ce n’erano di tanto carini. Blu, viola, rossi coi lustrini, e mi sarei fermata, Madonna della Concessione, se avessi avuto il permesso di tardare qualche istante, di fregarmene del ferro da stiro, dell’asse da sudore, della pila di camicie, maglioni, calze e calzoni. Ma poi chi la sente quella pazza screanzata, che gira nuda per la casa con patacche d’oro addosso, mentre la bestia da soma qua presente si strizza il fiato nel grembiule e strofina fatica addosso a una piastra rovente? Che quella mica ci sente, se il tram non è passato, se Andrea si è ammalato o è capitato il traffico bloccato dal corteo dei manifestanti. No, lei di ragioni non ne sente. Ogni giorno, mi tocca di essere puntuale, alle otto di mattina, Signorsì, presente! E quella volta che prese a nevicare, e il ghiaccio si mise in testa di strapparmi una caduta da sotto i piedi? Mi alzai tutta sola, senza lo straccio di una mano, con la caviglia gonfia da parere un melone, e tutta sola zoppicai fino a casa di quella pazza rotta in cuore. Alle otto e quindici arrivai. Signorsì, presente, un quarto d’oro di ritardo ma mai assente. Brutta baldracca, che Dio mi perdoni, quel giorno mi abbassò la tariffa. Due euro in meno all’ora e una caviglia doppia guadagnai, bella consolazione! Madonna della Giustizia, ma che facevi allora? Tenevi la bilancia rotta? Un divorzio di pesi e di misure? 
Mi seviziano. Sono la cavia dei loro capricci. Manca solo una gabbia con la ruota dentro e poi incomincio a girare, che magari così è meglio.Girare attorno, sempre uguale, senza la briga di una partenza, l’ansia di un arrivo. Girare tanto da smarrire il giro, da credere di andare in linea retta, sulla strada dritta, dove non c’è salita che t’ammazza il fiato né curva a illuderti che se la superi, dopo, qualcosa sarà diverso, qualcosa sarà cambiato.
Via di qua, che la mamma è spenta, c’ha l’interruttore girato, non può ascoltare, non ha corrente per parlare. E spegnete quella radio! Fracasso, balordo cocciuto fracasso, che spende rumore, che c’ha le mani bucate e se ne frega se io ho le tasche vuote, e un conto corrente che pure lui strilla, mi sevizia e piange miseria. Sant’Antonio dei poveri disperati! Non che ti venga in mente di addolcirmi il risveglio, che ne so, magari una mattina di primavera, quando canta il canarino, e farmi trovare un biglietto della lotteria sotto il cuscino? Che sia vincente, si capisce, altrimenti puoi tornartene al creatore e scordarti che esisto. Perchè va bene il danno, la spina della malasorte, ma pure il chiodo della beffa no, quello se lo tenga pure Gesù Cristo dentro i palmi. Che Dio mi perdoni, e pensare che prima di tirarmi un velo bianco appresso all’altare, avevo il sogno di diventare un’estetista, e dormivo con il volantino che ne pubblicizzava il corso lì, bello piegato sul mio comodino. Avrei disegnato sopracciglia da far gonfiare il petto agli occhi,  fatto unghie che se le vedevi pregavi il graffio addosso, massaggiato schiene da ubriacare la spina dorsale con tutte le vertebre assieme. Invece mi ritrovai con la sorpresa di un marito ubriaco, aveva ancora il sonno negli occhi quando la mattina usciva  di casa col desiderio del prosecco o del caffè corretto. A zonzo tutto il giorno se ne andava, sbatteva la tristezza addosso ai bicchieri, con la speranza di trovare un mezzo sorriso attaccato al fondo che la buttasse via, quella sua tristezza, quella sua ingrata compagnia. Madonna delle compassioni, neppure la pietà di un bacio sobrio la prima notte di nozze, ho potuto trovare. Hai voglia di sperare nel sogno di rifare mani piedi e benedire il volantino che dal comodino finì presto nel bidone dell’immondizia, hai forza di credere in qualcosa di meglio che non fosse la preghiera di tirare presto sera. Come se non bastasse il peso da portarmi sulla schiena, si aggiunse pure quello dentro la pancia, due mesi dopo la promessa davanti all’altare, rimasi incinta e arrivò Andrea, Bontà del Signore, un figlio è sempre una benedizione, ma quando non tieni i soldi nemmeno per comprarti l’acqua santa, dove la trovi la spinta di farti il segno della croce di fronte a una creatura? All’arrivo di Sara, poi,  faticai anche a credere nella fede buona del Paradiso, quasi sembrava che la mia pancia fosse il ripostiglio di chissà quale castigo divino. Ma dico io, non poteva venirvi in mente l’idea di un deposito più grande lassù, dove dare vitto e alloggio a tutte ‘ste anime in esubero? Comodo spedirle quaggiù, nude, sperdute, indifese, senza niente tranne il fastidio di uno strillo, senza un vitalizio che garantisca almeno un pezzo di pane e un riparo sopra la testa. Noi dobbiamo pensarci, con i soldi che non abbiamo, a comprare latte, pappe e pannolini. Anche i sonagli adesso, ma non siete troppo cresciuti per quei giochi da neonati? Rumore, che scuote, martella, a percosse in cuore mi piglia, se respiro sento dolore, prendo aria e perdo ragione, mi sale l’ematoma su nel naso, mi sbatte il pugno contro il polmone. Sono vent’anni che sgobbo, che pulisco pavimenti con il marmo rosa, che mi verrebbe la tentazione di sollevare una mattonella tanto che vale ed è preziosa, e scappare via, in un estero lontano, con la mia mattonella sottobraccio, da vendere sottobanco a qualche capo cantiere, e tirarmi su il gruzzolo di un’altra vita, mica nel lusso s’intende, è sufficiente lo spazio di un monolocale, magari la cortesia di un balconcino, se poi ci fosse anche l’affaccio sul mare…Sì, non sarebbe male.
Madonna delle consolazioni, qua niente si decide a succedere, tutto si convince a restare, ben piantato nell’indecenza, fino alle ginocchia nella noncuranza, di nuovo càpita solo una sbronza in ritardo, il marito che giura astinenza per la durata di una mattina, e poi il pomeriggio si svuota il fiasco della promessa, in un solo colpo, tutto d’un fiato. Oppure è la volta dei reumatismi, che non contenti delle mani, adesso si sono presi pure i polsi, arrivano senza bussare, da ospiti educati male, con la pretesa di una buona accoglienza. E intanto sento le fitte dell’inferno, qui, dove c’è l’ingorgo delle vene e un bianco di neve sulla pelle. Lèvati quelle scarpe, Sara, che ti entra il diavolo dentro i piedi!Guarda che cadi sopra quei tacchi, vedi di rompermi l’unico paio della festa, che poi stai fresca, Saaara! Rumore, maledetto, dannato, rimbomba, pesta, batte con la furia della grandine, e squittisce, sì, fa il richiamo del topo, mi entra nella tubatura del cervello, intasa, strozza strozza da impazzire… E poi i pensieri, che mi saltano da una sponda all’altra della testa, come ranocchi disperati, e qualcuno salta dentro lo stagno delle ansie, e aumenta, gonfio e grasso a dismisura, che prima o poi mi esplode nel petto… Il mio petto, prima di allattare i figli tenevo una meraviglia di seni, generosi e sodi, da spenderci sopra i sogni più belli, vedeste gli uomini come ci gettavano gli occhi, parevano monetine tirate dentro il pozzo, con appresso il desiderio del mio corpo messo nel letto… I miei seni… anche loro ho dovuto lasciare, stornare dal conto già magro delle cose buone, sì perché tra il succhiare dei figli e lo sgobbare per la pagnotta, mi sono scesi di forza, calati di piacere, me li ritrovo così stanchi che per reggerne la volontà sono costretta a portare l’imbottitura con le stecche. E quel porco, Dio me lo conceda, quel suino di mio marito, che non gli basta rotolare nel fango della grappa, nello sterco del vino, lui che fa? Va a caccia di mammelle fresche, di carne giovane da strapazzarsi addosso, nella coscienza neanche il segno di uno scrupolo, il talento di un ritegno… a pensarmi qui, fiacca da fare pena, ogni giorno più vecchia, che mi pare di compiere più anni che respiri.
Ma stasera vi sistemo tutti, stasera vi arrangiate la cena con la fantasia vostra, anche se è Domenica, anche se per tutta la settimana vi siete arrotolati la lingua dentro al pensiero del mio timballo di melanzane, stasera vi tocca usare l’invenzione per saziare la pancia. Sì, perché io mi nascondo le mani dentro le maniche del maglione, e di far andare le braccia davanti ai fornelli non ci penso proprio. E mentre voi sarete lì,  a rovistare nel frigo in cerca di qualcosa che faccia da rimedio all’asciutto delle bocche, io me ne andrò in bagno, metterò i bigodini ai capelli, un po’ di rosso alle labbra, un tocco di vita alle guance e griderò allo specchio il mio diritto di esistere. Sant’Antonio dei martiri, sono stufa di starmene sempre una spanna sotto la vita, che va bene non essere una spilungona, non competere con quelli che arrivano all’ultimo ripiano dell’armadio senza l’appoggio di uno sgabello, ma un metro e sessanta di altezza sarà pure sufficiente a toccare, se non i fianchi, almeno le ginocchia di ‘sta esistenza… o no? E senti, senti questo stridere di diavolo che si rade la faccia, questo ragliare d’asino che mi sfonda le orecchie… Sevizia di timpano, fracasso di ragione, che mi verrebbe la fame di una sordità,ma non di passaggio, che sia permanente, che si meriti la pensione dell’invalidità, così è la volta buona che posso campare con la decenza di un sorriso a fine mese, con un cerchio rosso sul calendario che non sia il girone di un’uscita ma il buco di un’entrata! Andrea, sei tu? Sei tu che continui con questo strazio del gesso sulla lavagna? Ma se ti piace tanto disegnare, usa la maledetta pace di una matita, demonio che sei… Demonio d’una creatura, moccioso buono alla follia… Che Dio mi assolva, mi perdoni e mi comprenda, ma qui mi seviziano, e si divertono a ogni nuova piaga che mi cresce addosso. Ma io non aspetto la sera, io ci vado subito dentro il bagno, a cercare il fiato della giovinezza, il soffio di un sollievo, e poi mi metto l’abito delle occasioni, quello con l’orgoglio del pizzo e del velluto, che la sarta quasi piangeva quando me l’ha venduto. E così rifatta prendo la strada, mi concedo la grazia di una libera uscita, tanto bella che il marciapiede dovrà scrollarsi di dosso carte e mozziconi per rendere omaggio ai miei piedi. E mio marito, al suo ritorno, troverà il saluto di un tavolo vuoto, il benvenuto di un digiuno assicurato, l’assalto di lacrime delle due creature, lacrime buone da riempire la pentola e farci il brodo, se sarà tanto affamato… Ecco, si fa presto, due bigodini e sulla testa c’è già il prestigio, un po’ di rossetto e alle labbra torna l’onore, manca solo il vestito. Ci entro piano, così, un po’ alla volta, come si fa nel mare… prima i piedi, l’assaggio delle punte, poi l’azzardo delle caviglie, e dai polpacci in su è tutto un crescere di confidenza, perché occorre abituarsi, alla temperatura della libertà…Madonna dei miracoli, guarda qua… potrei fare non dico la protagonista ma di certo una comparsa in quella telenovela che danno col rintocco del mezzogiorno, che tra l’acqua che bolle, il sugo che cuoce e Sara che strilla, ogni tanto riesco anche a capirci qualcosa della storia… E quella strilla, ancora e sempre m’abbaglia il giudizio, mi straccia la ragione, che nella testa tengo una discarica di crucci… Rumore, fracasso, sevizia… Scuote, batte, picchia… trema di tempie, scrolla di nervi, graffia di cuore… Devo uscire, il corridoio, la porta…ma perché già qui? Perché  subito, davanti… E dov’è la maniglia…perché l’avete tolta… e cos’è tutto questo ferro che sale e che scende e che sbarra… e poi i passi, tanti passi, col rimbombo, col tuono, lo sparo… cos’è quella pistola attaccata alla cinghia, e le chiavi, quante chiavi, sbattono, picchia, scuote, trema… Rumore, sevizia… Ma cos’avete fatto… razza di rotti nell’anima… Che Dio mi perdoni. Anzi, no, gli levo l’imbroglio al Signore, faccio da sola, Io mi assolvo dai miei peccati, nel nome della libertà, della giustizia e della ragione. E adesso fatemi uscire, per l’amor dell’Inferno, fatemi andare.