IL CIELO D’IRLANDA
di Elena  Mearini
Comincia così, con la molla delle articolazioni che s’inceppa. Piego il gomito, un centimetro e già manca il lubrificante. Cerco di sollevare il ginocchio dal materasso e quello resta dritto, la rotula ha terminato ogni scorta di olio benedetto.
Sto di nuovo a secco di santità, posso muovermi soltanto per tentata preghiera.
Spero che qualche Ave Maria si rimbocchi le maniche e spinga il mio corpo giù dal letto.
A singhiozzo d’ossa raggiungo il bagno, nel sangue mi circola segatura. Tengo i muscoli pressati come trucioli di legno. Sono donna in compensato, burattino col vezzo del seno e la pretesa del latte.
Quando Primo mi stava in pancia ero tutta fiera della misura terza del mio petto, la poppata aveva faticato sodo per i lavori di restauro e ampliamento alla mammella. Nove mesi di cantiere e queste due tende da campeggio diventarono cupole di chiesa. Mi sentivo la Madonna dell’adorazione, camminavo sopra la portantina di occhi devoti, convinta che da madre avrei smesso con le crisi di marmo alle ossa e gli attacchi di legno ai muscoli. Volevo essere statua di carne per mio figlio, buona da venerare a baci, da pregare a labbra e guance strofinate contro. Soffice che lui potesse strizzarmi tutta e sempre, senza il pericolo di doversi imbattere nell’asse dura del braccio o nel granito freddo delle gambe. Invece si è trovato con una madre da scalpello e chiodo, nato da scarti di falegnameria e residui di miniera.
Invoco la Maria della spazzatura, la donnina santa che sgranocchia bucce di banana con la testa infilata nel bidone del cielo.
Aiutami a piazzare il piede sopra il piatto della doccia, tu che mi sei gemella di villeggiatura, come me sdraiata ai bordi della discarica, più di me avvezza al tuffo in fondo e al nuoto dentro. La nostra è una piscina senza bagnanti, il pattume ci galleggia dentro. Teniamo per cloro il malanno, in quest’acqua lo stile libero non ci è concesso. Avanziamo a bracciate di tosse e reclusione, i cento metri ci tagliano il polso, fanno a pezzi il polmone.
Aiutami a torcere il polso, a girare la manopola del rubinetto, a ricevere un getto immacolato, uno scroscio concepito senza il peccato originale del tubo dentro la fogna.
Convinci Dio a corrermi sopra la testa, in lungo, in largo e a fiato perso. Che mi sgoccioli addosso la sua sudata più pura, il suo sforzo migliore.
Resto sotto e me lo piglio tutto, così. Fino a pigiama fradicio e pelle cotta.
Adesso va meglio, ora che il Signore mi ha curata a litri sfusi di ascelle e fronte. La formica del sangue esce dalla tana, riprende la circolazione dopo il blocco del letargo. Mi sbadiglia nelle vene e si stiracchia le zampe.
Esco dalla doccia, tolgo il pigiama e mi avvolgo dentro al bozzolo dell’asciugamano.
A Primo piace tanto quando faccio la farfalla. Si mette a sedere nella stanza, sopra il suo tappeto preferito, un batuffolo di lana comprato tempo fa alla fiera di Senigallia. Sta lì accucciato a ricciolo di pelo sulla schiena della pecora, dentro la sosta di una virgola bianca, in attesa che la mia metamorfosi abbia inizio. Vuole che il bruco metta le ali, spalanchi colore nell’aria.
Vieni Primo, spicciati che il braccio della mamma trema tutto, vedi? L’ala destra sta per sbucare e fa il solletico alla spalla, guarda lei come rimbalza, uguale al tuo pancino al bussare della ridarella.
Sì, quando Primo è felice il pagliaio dei nervi gli s’intreccia a nido e la covata dei sorrisi spalanca il becco. Allora lui singhiozza e ride per gusci rotti e pulcini nati.
Eccolo, mi viene incontro con le sue gambe tutte secche, due rami scampati all’incendio, ad ogni passo il trauma della fiamma. Avanza con lo snodo delle anche e un laccio doppio alle ginocchia, metà sciolto e metà legato. Pare un ballerino alle prime armi, conteso tra lo slancio del volteggio e l’inciampo della caduta.
Il suo è un equilibrio precario, assunto a nero da un corpo che oggi gli offre lavoro e domani lo lascia a piedi, senza preavviso né pietà.
Ogni mattina prego la mia Madonna della pattumiera, che ci metta la buona parola di un torsolo, la raccomandazione di una spolpata mela, affinchè il corpo del mio Primo affidi all’equilibrio compito quotidiano e paga giornaliera. Così lui potrà camminare avanti e indietro per il corridoio di casa senza sbucciarsi le ginocchia, niente tonfi e graffi per un giorno intero.
Si appoggia con una mano al letto, con l’altra sistema le stampelle tra comodino e materasso, poi si lascia scivolare sopra il tappeto di lana.
E’ un ricciolo tosato, scarto di pecora protetto dalla Madonnina del sacco nero. Mi guarda con le nocciole tostate degli occhi, uno sguardo croccante e goloso, morde e mastica il mio corpo. Da cima a fondo lo sgranocchia tutto. I piedi nudi con lo smalto rosso, la salvietta celeste che s’annoda al seno, le spalle scoperte, i capelli tirati alti e il collo bene in vista. Dice Sei bella mamma, però vuole che il turbante resti stretto bene attorno alla testa e magari caschi pure sopra la fronte. Altrimenti al mio bruco non ci si crede e la farfalla diventa bugia.
Riparto con la ridarella al braccio, lo muovo a piccole scosse che salgono dal polso e lampeggiano in arrampicata fino alla spalla, lucine di Natale in marcia verso la cima dell’albero. Ecco, l’ala sta per nascere, dalla finestra entra pure lo spiffero del bue e il soffio dell’asinello.
Scosto la salvietta, scopro la mano e con le dita sbatto l’aria. Poi il braccio si fa spirale, cerchio a portata di volo. Primo spalanca la bocca e aggiunge il sonoro alle mie acrobazie.
E’ una farfalla spericolata la nostra, si lancia in picchiata ad ala solitaria e senza paracadute. Sfida lo schianto e non rinuncia al volo. Fa niente se quell’altro mio braccio se ne sta zitto e fermo, imbavagliato dal legno e tenuto in ostaggio dal marmo, non importa che la sua doglia sia alla corda e la spinta al sequestro. Pure con la spalla sinistra costretta all’aborto, io bruco non ci resto. Un’ala sola basta e avanza, per inventarsi farfalla e toccare il cielo.
E pensare che da ragazzina andavo a guizzo di pesce lungo gli scogli, erano schiuma d’onda i miei muscoli, capaci di affrontare qualunque roccia. Sbattevano contro le punte aguzze, per un attimo infranti e subito ricomposti. Di nuovo mare intero sopra le ossa.
D’estate mi si svegliavano le onde, saliva la voglia di assaltare rive. Stavo dietro ai miei fratelli, io ultima di quattro, femmina di coda. Nuccio, Pepe e Tonino tenevano testa, erano maschi al comando. Però da sola non ci restavo mai. Si andava assieme dalla periferia di Napoli alla baia di Sorrento, due a due sopra le vespe, chiasso di marmitte, battibecchi tra motore e vento.
Eravamo frecce in corsa per il litorale, l’arco dell’adolescenza teso verso il bersaglio dell’ultima monelleria e del primo amore.
Lì conobbi il padre di Primo, Vincenzo. Sulla spiaggia di Sorrento, tra corpi fritti nell’olio abbronzante e spremute di limone succhiate d’un fiato.
Lui viveva dalle nostre parti, stava nel casermone grigio delle case popolari, un cilindro di cemento che noi bambini chiamavamo “Il Matitone”. Si portava nel corpo asciutto e spigoloso il tratto a grafite della residenza, mi piacevano i suoi gesti calcati e netti, schizzi già maturi sopra il taccuino dei vent’anni.
Era uno dei tanti venditori ambulanti che macinavano sabbia e chilometri sotto i piedi, mattina e sera con un secchio in mano, a offrire frutta fresca e Cocacola alle gole secche dei turisti al sole.
Caddi preda del suo “Coccobello” gridato largo in faccia al mare, pazza di quella polpa dolce l’addentai a morso pieno e me la tenni in bocca per  tutta l’estate e l’inverno intero. Non feci conto del guscio a spine che la chiudeva, ignorai ogni ipotesi di cibo indigesto e ingoio al veleno. Mandai giù anche quello assieme alla polpa,  per me Vincenzo era cocco da pigliare completo, la parte dentro e l’altra fuori, il buono dolce e il duro amaro.
“ Di un uomo non puoi tenere soltanto la carta perché è dorata e buttare il nastro perché sbaglia il fiocco. Se scegli di stare con lui, devi accettare il pacco intero. Ricordati, Elsa” 
Mi disse queste parole mia madre, poche settimane prima di chiudere gli occhi e togliermi ogni possibilità di scarto. Di Vincenzo non rifiutai nulla, nemmeno certe voci che lo mettevano a capo di brutti giri, storie di lacci stretti al braccio e aghi piantati in vena. Fosse stato vero, avrei accolto anche quello. Nulla del mio amore sarebbe andato al bidone, finito a buccia e carta straccia. Tenevo fantasia ingenua e corta, non immaginavo che a seguito di tale scelta ci sarei cascata io. Dritta al mezzo del pattume.
Primo ha fame, gli succede sempre dopo il gioco della farfalla. Spende tutte le forze a indicarmi le traiettorie di volo e a urlare dietro al verso delle correnti. Comanda al vento di aiutarmi nella virata e vuole che la raffica mi faccia da culla quando decido di planare. Si consuma in una serie convulsa di squarciagola, il mio atterraggio finisce spesso sulla pista della sua raucedine. Con la voce sotto ai calzini, mi domanda una fetta di torta al cioccolato.
Di solito impiega due ore per terminare tre dita di porzione.
Il malanno gli sta aggrappato alla trachea e cresce a blocchi di calcare. In gola ormai tiene il tubo malandato di un vecchio lavandino. La discesa del cibo è una sfida agli intoppi, lotta aperta tra ingorgo e fame. Ma Primo è bambino di trincea, abituato a resistere quando il nemico attacca e a muovere addosso appena questo cede. Tre briciole alla volta e lui vince la guerra.
Mi vesto più veloce che posso, con gli ultimi blocchi di marmo ai muscoli e qualche residuo di segatura alle ossa.
Con l’avanzare del tempo, le crisi aumentano di frequenza e durata. Mi è sempre più difficile cavarmi fuori dalla miniera e fuggire alla rincorsa del falegname. La carne si fa marmo, le ossa uguale al legno. L’infezione mi cambia di razza, passo dalla specie dell’uomo a quella di bosco e caverna. Tra poco sarò donna minerale, madre vegetale. Spero che allora Primo sappia guardarmi senza spavento, che riesca a trovarmi una qualche gemma addosso o almeno il germoglio di un fiore in grembo.
Vado in cucina, apro il forno e prendo la torta preparata ieri.
Primo, ci vuoi anche la panna sopra? Sì, è disposto a combattere quindici minuti in più, il mio cucciolo soldato. Terrà testa alla cavalleria della tosse, alle truppe degli ingorghi in gola.
A scudo alto e pugno duro, conquisterà la sua montagnola di panna.
Io lo so che la mamma suda e sente dolore, quando da bruco diventa farfalla. Dev’essere per colpa di quelle crisi che la fanno diventare uno stoccafisso. Dura un po’ di giri della lancetta lunga sull’orologio e forse uno di quella corta. Poi d’improvviso smette di essere un pesce imbalsamato e comincia a muoversi come l’anguilla.
Allora io penso che sia un buon segno, il fatto che la mamma sbatta le gambe a destra e a sinistra come l’anguilla che dicevo prima. Sì, è un segno buono, uguale al più che Carla mi mette accanto al Bene ogni volta che le consegno il compito tutto giusto e senza errori.
E’ un buon segno perché col fare d’anguilla mamma non sta più incollata al fondale del mare come quando era stoccafisso.
Col fare d’anguilla lei può salire assieme alle onde, cavalcarne una fino a riva e tornare qui da me sulla terra. Mi sa che l’ha scoperto pure lei, questo trucchetto di saltare in sella all’onda. Perchè dopo, quando si alza dal letto, mi viene incontro col passo di un cow-boy appena sceso da cavallo.
Io lo so che per lei è una fatica, passare dal nero del mare profondo al tutto bianco della nostra stanza. Perciò a volte sono indeciso se chiederle o no di fare il bruco e la farfalla. Perché io lo so che la mamma è già stata stoccafisso e poi anguilla e magari ha voglia solo di restare mamma e basta.
Però so anche che lei è felice quando io rido, e a me di ridere ne viene tanto, ogni volta che la mamma si fa spuntare l’ala dalla spalla. Allora non mi faccio la preoccupazione, quella cosa che si fanno la mamma e Carla quando la fronte scotta e la febbre mi fa tremare tutto. La pelle e anche il cuore.
Dicevo che allora non mi faccio la preoccupazione sulla mamma stanca, le chiedo lo stesso del bruco e della farfalla e penso solo a ridere che così lei è felice. E io anche.
Poi, finito di ridere mi sento stanco e la pancia comincia a farmi le pernacchie. Io lo so che vuole chiamare la mia attenzione, vuole che le dia retta insomma. Del resto ha ragione, lei ha fame e tocca a me darle da mangiare.
Allora penso che se continuo a offrirle soltanto quelle pappe molli che sembrano marmellata ma non sono neanche dolci né salate come le noccioline, se continuo a dare alla mia pancia soltanto questi budini che non sanno di niente, allora lei prima o dopo diventa triste e smette di farmi le pernacchie per chiamare la mia attenzione.
Allora ho pensato a una soluzione e l’ho trovata, mi si è accesa la lampadina in testa, come succede ad Archimede quando deve aiutare Paperino. Un giorno sì e uno no chiedo alla mamma di prepararmi qualcosa di buono, ma buono veramente. Tipo le torte Cameo che fanno vedere alla pubblicità, con il cioccolato che fa le onde sopra il pan di Spagna e gli zuccheri colorati come i pesci tropicali che ho visto all’acquario.
Oppure chiedo alla mamma di farmi le lasagne con il matterello che tira la pasta e la besciamella che ci casca nel mezzo, tra un mattoncino di pasta e l’altro. Così la mia pancia è contenta e sopporta di più anche i budini che non sanno di niente. E sopporta anche il fatto che io vado lento e ci metto un sacco di giri di lancetta lunga e due di quella corta o a volte anche tre per mandare giù tutta la torta e finire la lasagna.
Quando sta nella mia bocca il mangiare buono diventa una lumaca, solo la pappa molle corre giù più veloce della gazzella che ho visto sempre in una pubblicità delle scarpe da ginnastica.
I dottori dicono che qualche cosa che non ho capito bene mi ottura la gola. Io una volta avevo male al dente, allora la mamma mi ha portato dal dentista e lui ha detto che avevo la carie e bisognava fare un’otturazione. Si vede che quella carie mi era finita pure in gola e il dentista ha dovuto metterci lo stucco anche lì.
Se l’avessi saputo, mi sarei tenuto il male al dente.
Perchè è una fatica, non potere mordere un pezzo grande di torta quando lei sta lì nel piatto che mi chiama con tutto quel mare mosso di cioccolato sopra. E’ come quando Carla mi ha portato al mare di Chiavari e c’erano i cavalloni altissimi, onde che avevano una criniera da leone, riccia e ingarbugliata più dei capelli della mamma. Io avrei voluto tuffarmici dentro come facevano gli altri bambini che poi ridevano da sembrare proprio matti. Invece Carla mi disse che non era possibile, che io dovevo stare sulla spiaggia e potevo soltanto bagnare i piedi dopo che l’onda si era sdraiata tutta.
Ecco, non potere mordere il pezzo grande di torta e di lasagna è come accontentarsi di bagnare i piedi nell’onda quando tutti gli altri si tuffano in pancia ai cavalloni del mare.
Però in questa storia del cibo che fa la lumaca c’è anche una parte bella. Sì, perché mi piace quando la mamma prende nel cucchiaio tre briciole alla volta e me le mette in bocca e poi sorride e resta seduta accanto a me per tutti quei giri di lancetta lunga e due o anche tre di quella corta. A volte persino mi dispiace, quando la lasagna finisce, di torta non ne resta più e la mamma si alza.
Oggi mi sento stanca, pure il respiro si lamenta e sbuffa ad ogni giro dentro il naso. Ho chiesto a Carla di accompagnare lei Primo in piscina.
Il Martedì è giorno di terapia, l’acqua si mette il camice da infermiere e cura le gambe di mio figlio. Devo dire che ci sa fare, a furia di siringhe idriche e iniezioni d’onda Primo riesce a camminare più a lungo. I polpacci gli sono cresciuti di volume e nell’appoggio a terra il piede tiene più forza.
Domani andremo a comprare le stampelle nuove, sono fatte di una ghisa speciale, leggere tanto che a Primo sembrerà di andare senza.
Apro il cassetto del comodino, il tirante mi segue la mano, si lascia scorrere senza resistenza. Vorrei anch’io affidarmi con lo stesso abbandono al traino delle ore, stare dietro al carro del giorno con gli occhi chiusi e il corpo sciolto. Invece  ogni due per tre mi tocca un sussulto di pupille e orecchi, i piedi mi s’impiantano a zoccolo di mulo nel terreno e il mio tempo è tutto un freno.
E’ per via della sveglia che suona, con un trillo di gallo matto mi avvisa che è giunta l’alba della medicina. La mia cura non conosce tramonti, è fatta di un costante sorgere di pasticche nuove.
Torno al comodino, al tirante aperto e alla Madonnina che ci sta dentro.
Madonnina dell’immondizia e del sacco nero, fatta d’ebano e di carbone, la tua veste azzurra l’hai gettata al camino e ora indossi un cielo tutto bruciato.
Ti muovi tra una discarica e l’altra in punta di piedi, visiti gli scarti senza disturbo di suola, tieni rispetto per il torsolo che dorme e la buccia che sogna.
Vieni in mezzo a noi malandati, schiacciati persi e tutti sbagliati.
Me la diede suor Agostina, questa statua della Madonna nera, un giorno di sette anni fa, quando arrivai al centro di accoglienza per ragazze-madri.
Era un pomeriggio di sconforto, portavo ogni ipotesi di Dio crollata ai piedi, camminavo sopra le macerie del Paradiso, il passo di un fachiro che non sente più vetro né fuoco.
Appena uscita dall’ospedale, fresca di parto e sfatta di doglie, avevo Primo tra le braccia. Un pargolo di dieci giorni appena, pochi grammi tenevano il suo nome, metà del peso era malanno. Anche lui sieropositivo, gli avevo trasmesso la maglia maledetta della mia catena. Messo al mondo deportato, nemmeno un fiato da piede libero. Tutti i respiri del prigioniero.
Quando i medici me lo dissero, volevo morire. Fare del cuore un capofitto giù dalla finestra. Mi voltai sul fianco destro del letto, a guardare i vetri della camera. Immaginai i passi prima del salto. Ne contai tre. Giusto il tempo di una croce da segnarsi in fronte, di un addio per sempre al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo.
Non volevo più saperne di Dio, che se ne andasse alla malora assieme alla compagnia dei santi. Mi avevano lasciata sola, lui e il resto del cielo. Li avrei ripagati con la stessa moneta, mi sarei tolta di mezzo. Levando a tutti il mio respiro e la mia preghiera.
Fu Primo a farmi cambiare idea. Me lo appoggiarono contro, ossa e carne d’angelo tra la pancia e il seno. Con un solo battito d’ala e cuore, mi convinse a restare.
Pensai che se a me era toccata la sorte degli ultimi, e avevo condannato pure mio figlio alle file di fondo, forse per lui ci sarebbe stata speranza di risalire all’alto di posti migliori.
Sì, forse ce l’avrebbe fatta, un giorno o l’altro. A scalare la classifica del destino, fino a vivere da Primo. Così gli misi il nome del podio alto, per augurargli la conquista della medaglia d’oro.
E allora io ci sarei dovuta essere, accanto al suo trionfo. E per farlo, dovevo tenermi lontana dalla finestra dell’ospedale. Rinunciare al capofitto del cuore contro la terra.
Non mi piaceva l’Istituto. Pareva la dimora di un Principe caduto in disgrazia, i corridoi stretti e lunghi si stringevano a cappio attorno al collo di una vecchia bellezza, le arcate dei soffitti lamentavano male alla schiena a furia di reggere lampadari passati d’epoca e luce.
Oltre a preti, suore e assistenti sociali, lì dentro ci stavano angoli stracci di mondo, donne rotte a strappo di lenzuolo nel mezzo, con la cicatrice della sventura in corsa dalla testa ai piedi. Africa, Asia, Europa dell’Est, tutte capitate in Italia con il carico di un bambino non dichiarato, nato illecito e fantasma.
Insomma, quel posto era un baraccone di malasorte, giostra in disuso senza cavallino né carrozza. A girarci mi prendeva teschio agli occhi e crampo al cuore.
Però non avevo altro posto dove sbattere speranza e testa. Ero sola, senza il buco di una lira, un male addosso che la gente rifuggiva a peste e che mi si era pure scomodato dalle vene. Per cacciarsi dentro al sangue di mio figlio.
Così rimasi lì, al baraccone delle sorti scadute e delle vite andate al caglio.
Quando arrivai, Suor Agostina mi accolse senza fare domande.
Teneva in bocca un silenzio sgusciato, grani di preghiera zitta, da succhiare lenta affinchè niente del gusto andasse perso. Le sue labbra stavano chiuse e strette, ferme il tempo di un respiro e subito dopo spostate prima a destra e poi a sinistra, alla maniera di una capra che rimastica erba. Pareva stesse succhiando la mentina di un’ Ave Maria, caramella balsamica buona a guarire i bronchi di noi altre pecorelle smarrite e raffreddate.
Fece una carezza a Primo, gli passò la mano sopra la testa e la tenne lì per qualche istante, il necessario a fare scendere uno tra i tanti santi della Protezione. Dal cielo di Dio alla fronte di mio figlio.
Poi levò la mano e con la stessa mi fece cenno di seguirla, fino alla stanza del terzo piano. Dove avrei passato future notti da tirare in barca al giorno, in attesa di vento buono e rotta giusta.
“ Io non ti chiedo niente, la tua storia me la racconterai tu, quando il Signore ti darà voce e tempo per farlo”
Parlò così, Suor Agostina, prima di sparire per una manciata di minuti oltre la porta e ricomparire poi con la Madonnina del sacco nero. Una Maria scolpita a legno d’ebano, uscita fuori dalle mani di un bimbo africano, dalla formula santa dei suoi palmi.
Suor Agostina mi disse che quel bimbo teneva gli stessi occhi del mio Primo, occhi da profeta, così lontani e già grandi. Segnati con tutte le croci del calendario a venire.
Così mi affidò questa Madre nerissima che a guardarla mi vengono in mente le scaglie di cioccolato sopra la torta, quelle che lui vuole sempre sopra al Pan di Spagna e a mangiarle ci mette una vita. Una vita e una pazienza che soltanto i santi possono avere.
Io so che la mamma è stanca oggi, le succede sempre dopo la faccenda dello stoccafisso, dell’anguilla e del bruco che diventa farfalla.
Del resto la capisco, mica è facile passare da un animale all’altro in nemmeno mezzo giro della lancetta corta e non tantissimi di quella lunga. Che poi può venirti la paura di non riuscire più a tornare quello di prima.
Se la mamma rimanesse per sempre stoccafisso o per sempre farfalla le torte al cioccolato non me le potrebbe più fare perché le mancherebbero le braccia e pure le mani. Vero è che nel secondo caso ci sarebbero sempre le ali, ma che sudata impastare con quelle il burro lo zucchero e la farina. Che magari resta tutto appiccicato alle ali e poi la mamma come ci riesce a volare?
Una farfalla senza volo è di certo una farfalla triste. E io non voglio che la mamma sia triste.
Quindi meglio vederla così, stanca e con un po’ troppo di bianco sulla faccia, ma di nuovo mamma. E non più stoccafisso e neanche farfalla.
Però a dirla proprio tutta, un po’ mi dispiace che oggi alla piscina ci venga Carla con me e la mamma resti a casa. Cioè, io a Carla voglio bene, lei mi regala sempre i giornaletti di SpiderMan perché sa che ne vado matto e mi piace che lui cammini a quattro zampe sopra i muri. E’ diverso da tutti gli altri che vanno avanti dritti su due gambe, lui si muove in verticale, metà uomo e metà ragno. Mi sa che io devo averci qualche parentela, con SpiderMan.
Perchè a guardarle bene le mie gambe assomigliano a quelle di un ragno e poi quando cammino non stanno mai dritte. Si stortano a destra e a sinistra come pare a loro e ogni tanto le ginocchia si piegano senza che io ne sappia niente.
Allora mi ritrovo sul pavimento tutto molle come le pappe che mi vogliono dare i dottori, e penso che forse le mie gambe sono più da muro che da terra. Proprio come quelle di SpiderMan.
Sì, mi sa che abbiamo la parentela, noi due.
Ho anche pensato che potrebbe essere il mio papà, mi piacerebbe un sacco ma so che non è vero. Perché se SpiderMan fosse il mio papà, di certo verrebbe a trovarmi. Lo avrei già visto migliaia di volte entrare dalla finestra, si sarebbe arrampicato dal portone del palazzo, su per il muro fino alla mia camera e al mio lettino.
Invece il mio papà vero non si è mai fatto vedere, dev’essere soltanto uomo e per niente ragno. Di certo non mi assomiglia. Forse per questo si è dimenticato di me e non è mai venuto a trovarmi, mi sa che non è poi tanto convinto che io sia suo figlio. Un uomo tutto uomo non può avere un figlio metà bambino e metà ragno.
Mamma dice che lui lavora lontano, all’estero dice, e dato che questo estero pare così lontano che a raggiungerlo ci si mettono tantissimi giri di lancetta corta e miliardi di quella lunga, allora a papà non basterebbe una vita per tornare a casa. Così dice la mamma.
Io ci credo un po’ sì e un po’ no a questa storia. Ma alla mamma non lo dico.
Insomma, dato che SpiderMan non può essere mio papà, ho pensato che potrebbe invece essere mio fratello, o magari mio cugino. Perchè forse fratello è un po’ esagerato.
Comunque, con i miei amici dell’ospedale io mi sento sempre quello che ha meno paura di tutti. E quando Michele si mette a piangere perché l’infermiera gli infila l’ago della flebo nel braccio, io gli stringo la mano e gli dico che quando saremo guariti andremo ad arrampicarci su per i muri di Milano assieme a SpiderMan. Sì, lui ci farà scoprire tutti i tetti più alti e ci porterà sempre con sé.
Perché io e SpiderMan abbiamo la parentela, e lui a me non può dire di no.
Comunque, prima dicevo che io a Carla voglio bene e sono contento di andare alla piscina con lei, anche se la mamma oggi si sente stanca e non può venire e questo mi fa un po’ triste.
Però Carla è simpatica e oltre a comprarmi i giornaletti di SpiderMan, il Lunedì, il Mercoledì e il Venerdì porta il quaderno con i pastelli e mi insegna a scrivere. Ho scoperto che ogni lettera ha il suo colore preferito e se io lo azzecco, quella poi esce tutta giusta e bella sopra il foglio e Carla mi scrive il Bene con il più sopra la pagina.
Per esempio, ieri ero alle prese con la M  e mi è venuta in mente la Madonnina che ogni tanto la mamma tira fuori dal cassetto.
All’inizio ho preso il pastello celeste perché le suore dell’ospedale dicono sempre che la Madonna sta su in cielo, con la veste lunga, le mani giunte e l’aureola in testa. Allora ho pensato che a questa lettera M piacesse tanto il colore del cielo.
Però mi sbagliavo, perché col pastello celeste le stanghette uscivano storte e il colore tremava tutto sopra il foglio.
Così ho ripensato ancora, e stavolta ho pensato meglio.
Sì, perché la Madonnina della mamma non ha niente a che vedere con il colore del cielo, lei è tutta nera e anche un po’ lucida come il sacco che sta dentro la pattumiera o l’asfalto delle strade dopo la pioggia.
E’ una Madonnina diversa da quella delle suore, la Madonnina della mamma sta in basso, dove stiamo tutti, mica lassù in mezzo alle nuvole. Lei sta in basso assieme a me, la mamma e tutti gli altri. E ci fa pure il piacere di portarci via le cose che non usiamo più e non sappiamo dove mettere, tipo le carte vuote delle merendine o la bottiglietta della flebo che quando mi si versa tutta nel braccio poi è da buttare.
Adesso ho capito perchè a volte la mamma la prende dal cassetto e la chiama Madonnina mia del sacco nero. Perchè lei si occupa di noi e della nostra pattumiera. Ci fa compagnia, spazio e anche il pulito attorno.
Ecco, dopo questo pensiero, ieri ho messo giù il pastello celeste e ho preso quello nero dall’astuccio.
La M è uscita bellissima, con le stanghette tutte dritte e il colore che non tremava più.
A quest’ora Primo sarà già dentro la vasca, a cercare di sbattere lontano i suoi malanni con la spinta della rana, buttarli fuori dallo stagno, oltre la pozza della vita.
Tra poco non potrò più contare le sue bracciate, nè tenere il tempo dei suoi sforzi. Ormai non misuro più nemmeno il mio, di tempo. Basterebbe un metro a prendere la lunghezza di quello che resta. Qualche centinaio di ore messe in fila, una accanto all’altra, e poi neanche il centimetro di un respiro a occuparmi le mani.
All’Istituto, Suor Agostina mi diede alcune lezioni di taglio e cucito, così avrei potuto trovare impiego in una sartoria di Milano, che lei ne conosceva tante e avrebbe potuto metterci la buona parola di Dio per farmi assumere in regola e giusta paga.
Io già un poco ne sapevo, di orli, imbastiture, punto erba e l’altro a croce.
Quando mia madre chiuse gli occhi, toccò a me aggiustare camicie e pantaloni di papà e fratelli. In famiglia cercavamo di cavarcela al risparmio, il pane in tavola non mancava mai, ma i soldi scappavano sempre dalle tasche.
Papà teneva un banchetto al mercato del pesce di Napoli, usciva di casa quando noi stavamo in pieno sogno, per lui l’alba di impiegati e studenti era già mezzogiorno. Rientrava fradicio di stanchezza, sudato da capo a piedi, bollito tutto intero come il polpo in pentola. Pure le sue carezze erano lessate, cotte tanto da sfaldarsi prima di raggiungere le guance di noi altri figli.
Vincenzo invece aveva cuore grande, con le carezze. Mi cresceva il cerone in faccia, a furia di riceverle. Una pelle tirata e liscia, senza segni di disgrazia. Pensai che quel detto popolare fosse vero, che l’amore è un toccasana e mantiene lontano guai e malanni.
Invece mi sbagliavo, e anche di un tanto che non lascia perdono.
Non l’avrei mai detto, nemmeno sputato per errore, che Vincenzo si facesse di eroina, che fosse tutto sangue e vena con quella donnaccia d’una polvere bianca. Sì, le voci giravano, è vero. Ma che significa, pure le teste degli ubriachi girano, e di quelli non ti puoi certo fidare.
Mi era venuto il sospetto che potesse tenere le mani in pasta allo spaccio, un giro piccolo di quartiere, fatto di poche buste vendute ogni tanto, passate sempre alle vene degli altri e mai alle proprie.
Non che quel pensiero mi togliesse peso dal cuore, anzi. Ad ogni comparsa del dubbio, un treno merci mi passava sopra il binario dello sterno e rovesciava il suo carico nel petto. Per conservare il respiro e il sogno di un mulino bianco a venire, mi convinsi presto che la faccenda dello spaccio fosse tutto uno scherzo mio, sgambetto alla ragione e capitombolo di fantasia.
Mi tornava comodo tenere gli occhi ciechi, con due dita ficcate dentro a impedire l’entrata del vero. Guardavo solo il sopportabile, la testa voltava altrove quando Vincenzo mi compariva davanti smorto, un colorito d’albume piatto, che non monta a neve neanche a sbatterlo con la frusta elettrica.
Una sera mi disse che aveva l’intenzione di prendermi in moglie, però ci saremmo dovuti sistemare al Nord, che Milano butta lavoro e soldi dentro le tasche e così avremmo potuto camminare a tintinnio di monete nel pantalone.
Ci sarei dovuta salire io per prima, un suo amico mi avrebbe procurato un posto da cameriera in un ristorante sui Navigli, poi Vincenzo mi avrebbe raggiunta, una volta sbrigati certi affari e chiuse alcune questioni aperte.
Io lo ascoltavo con un traffico di argenti dentro la testa, già mi figuravo stoviglie e vassoi di fattura buona e costo alto per il pranzo delle nostre nozze. L’idea di salirmene tutta sola in quella città che butta fumo come una tazza di caffè bollente, non mi scavava buca al cuore, tenevo coraggio tanto vivo che niente avrebbe potuto convincerlo alla fossa.
E poi ero abituata agli occhi ciechi, a vedere soltanto quel sopportabile che lì a Napoli misurava poco e niente. La nebbia di Milano non avrebbe spostato di molto la consuetudine del mio sguardo.
Così accettai la proposta di Vincenzo, il suo piano che mi poneva come condizione fissa un figlio dentro la pancia, a scongiurare ogni mia occasione di tradimento con qualche partito buono di Milano.
Rimasi incinta nel mese di Novembre, un seme infetto nel grembo fu il mio patto di fedeltà alla bugia di un uomo e alla verità del contagio.
Per qualche mese Vincenzo si fece sentire, poi scomparve dentro una nebbia che da Milano si trasferì a Napoli e al mondo intero. Assieme a lui pigliò il volo pure il lavoro di cameriera al ristorante, il locale cambiò di gestione e i nuovi arrivati scelsero la conduzione famigliare. Niente parentela, fine della paga.
Primo mi sbucò dalle cosce il tre di Agosto, in una città chiazzata di deserto e tirata al collo dall’afa.
Scelse di nascere in un giorno d’Africa dentro Milano, figlio della Madonnina nera e di quel bimbo che nell’ebano la scolpiva.
Sistemo i quattro piatti rimasti nel lavandino, rimetto nel forno l’avanzo di torta e le ultime onde del suo cioccolato. Sopra il tavolo della cucina il quaderno di Primo, aperto sulla lettera M, scritta a pagina piena con il pastello nero.
Quando traffica con l’alfabeto, gli cresce l’ulivo dentro gli occhi, si guarda attorno tutto pieno di Pasqua. A vederlo così, il giorno feriale mi diventa festa.
Vuole imparare a scrivere, dice che nella testa gli nuotano troppe parole, e la voce non riesce ad acchiapparle tutte. Serve la rete della carta, con le sue corde tirate dritte sopra il foglio, affinchè nessuna parola se la dia a gambe e a guizzo.
Chissà che non mi diventi uno scrittore un giorno, uno di quelli ammirati e importanti, che a leggerli ti viene da mettere gli occhiali al cuore per non perdere la messa a fuoco del senso.
E magari, a furia di pescare parole, gli succede pure di tirare fuori dal mare della testa lo scrigno di un tesoro, con dentro la formula magica che lo può guarire.
Devo sedermi, il granito ricomincia a bermi il sangue, se lo scola a sorsi ingordi. Si fa fuori ogni cisterna d’arteria e fiasco di vena. Le mie gambe sono già fondi vuoti di bottiglia, a spostarle di un passo si crepa il vetro.
Scosto la sedia, mi ci piazzo sopra, distendo i piedi. Cerco di tirare nel naso l’aria, il fiato, la vita. Ma la crisi aumenta, il granito insiste, non mi stacca le labbra dal sangue, succhia e succhia. S’ingozza e non molla, diavolo d’un marmo che mi condanna a vino per la sua sbronza.
Io lo so che la mamma non voleva tornare stoccafisso, non così presto, troppi pochi giri di lancetta lunga e pochissimi di quella corta sono passati dall’ultima volta.
Anche Carla, quando siamo tornati dalla piscina e ha visto la mamma tutta scoccafisso sulla sedia, ha fatto grandi gli occhi e la bocca tonda come il cerchio della lettera O che ancora devo imparare a scrivere. Anche lei si è accorta che questo stoccafisso sta facendo il maleducato con la mamma, si prende troppa confidenza, quella cosa che la mamma mi dice sempre di non dare agli estranei, lui se la sta prendendo anche se la mamma non è che lo conosca proprio bene e di certo non è sua amica.
Insomma, questo antipatico di uno stoccafisso si permette di venire a trovare la mia mamma ogni due per tre senza essere stato invitato, e nemmeno pensa di avvisare prima e di bussare alla porta. Che magari disturba e quello non è proprio il momento di arrivare.
Per esempio, mentre tornavamo dalla piscina, io e Carla ci siamo fermati al negozio della cartoleria che sta dietro casa, quello dove c’è la signora bionda che vende tutte le cose di scuola e anche i quaderni per scriverci sopra le lettere dell’alfabeto.
Dicevo, ci siamo fermati lì e io ho visto uno zaino di SpiderMan in vetrina che era proprio bellissimo e lui si arrampicava sul muro di un grattacielo e stava quasi per toccare le nuvole. Qualche piano ancora e avrebbe persino toccato il sole.
Carla ha capito che mi piaceva tanto, ma davvero tanto e allora è stata buona e me l’ha comprato.
Io non stavo più nella pelle, mi sono caricato subito SpiderMan sopra le spalle, e le gambe mi si sono allungate tutte dritte fino alle nuvole e ancora più in alto del sole e lassù non mi servivano nemmeno le stampelle, perché si cammina nell’aria e non c’è la terra che bisogna appoggiarci i piedi sopra.
Ero felice perché volevo correre qui a casa dalla mamma e farle vedere quanto eravamo belli io e SpiderMan assieme e raccontarle che ho scoperto di potere andare senza stampelle, basta salire più su del sole. Ecco, volevo andare dritto nell’abbraccio della mamma che è sempre tanto largo e ci sarebbe stato di certo posto anche per SpiderMan, così la mamma avrebbe stretto pure lui e avremmo fatto la famiglia sopra al divano.
Invece non abbiamo potuto farlo, perché quando io, SpiderMan e Carla siamo tornati, quel rompiscatole di uno stoccafisso si era già preso la mamma, e la teneva ferma immobile sulla sedia e lei aveva la bocca chiusa forte e gli occhi bagnati come i miei quando i dottori m’infilano dentro al tubo che gira per guardarmi dentro e a me viene la paura del pollo fatto arrosto. E allora piango.
Carla ha aiutato la mamma a mettersi nel letto, poi ha chiamato l’ospedale e per colpa dello stoccafisso tra poco verrà la croce rossa con quella sirena che fa spostare tutte le macchine in strada e mi riempie di fischi tutte le orecchie.
Io lo so che porteranno via la mamma, e la chiuderanno dentro la stanza bianca con le pareti coperte di neve dura che nemmeno si può staccare per farci il pupazzo come in montagna. Dovrà starsene lì con tutta quella neve inutile, e senza il mare di casa nostra non potrà fare l’anguilla e neanche il bruco e la farfalla, perché io non ci sarò davanti a lei, a ridere fino a farla ridere, tutti e due con la faccia rossa e il mal di pancia.
Sì, dovrà starsene lì sola, con il bianco, la neve dura e lo stoccafisso addosso.
Io lo odio questo stoccafisso, lo odio, hai capito SpiderMan?
Lo odio più delle stampelle e delle flebo e degli aghi che mi mettono gli infermieri e del tubo dove m’infilano i dottori e la tosse brutta che ogni giorno mi arriva e non mi fa respirare e nemmeno andare a scuola con tutti gli altri bambini, che vorrei tanto scrivere il mio alfabeto col quaderno aperto sopra il banco e la maestra che mi mette il Bene con il più come fa Carla e poi mi dice Bravo davanti a tutta la classe.
E adesso entrano due signori vestiti con delle tute arancioni che sembrano quelle dei pompieri oppure degli astronauti ma senza il casco in testa. Parlano con Carla, lei risponde qualcosa che io però non riesco a sentire e poi alza il braccio con il dito puntato verso la stanza della mamma. Allora i signori arancioni vanno dritti dentro la stanza della mamma e chiudono un po’ la porta ma non del tutto che così io riesco a vedere quello che fanno. E vedo che prendono la mamma e la tirano via dal letto per metterla sopra una specie di sdraio tutta piatta e anche stretta che la mamma non si può neanche voltare sul fianco.
Io lo so che adesso la porteranno via col furgone della croce rossa e della sirena che fa spostare le macchine dalla strada e fa riempire le orecchie di fischi.
Io lo so che la porteranno nella stanza bianca con la neve dura alle pareti e la terranno lì per tanti giri di lancette corte e tantissimi di quelle lunghe, che il numero non lo voglio nemmeno immaginare perché poi mi vengono gli occhi bagnati. E finisce che piango.
Ecco, adesso gli uomini arancioni passano per il corridoio e trasportano la sdraio con la mamma sopra che è ancora tutta stoccafisso tale e quale a prima e a me sembra pure peggio. Non voglio che escano dalla porta e scendano giù dalle scale fino al furgone della croce rossa, che poi ci mettono la mia mamma dentro e lei finisce tutta sola nella stanza bianca con la neve dura per colpa dello stoccafisso che proprio non la molla e io lo odio.
Lo odio questo stoccafisso, lo odio, hai capito SpiderMan?
E adesso odio anche te, che te ne stai qui tutto appiccicato allo zaino e non fai niente per liberare la mia mamma dallo stoccafisso e dalla sdraio e dagli uomini arancioni che la portano via. E ti prendo a schiaffi e pure a pugni così, se adesso non ti stacchi subito dallo zaino e corri a prendere la mia mamma, e poi tornate qui da me e insieme ce ne scappiamo su per il grattacielo che tocca le nuvole e sale ancora più in alto del sole.
Che almeno lì lo stoccafisso non ci viene, che lui le ali mica le ha.
Che almeno lì la mamma può fare la farfalla e vedermi andare senza stampelle.
Che io lassù ci riesco, più in alto del sole ce la posso fare.
Hai capito SpiderMan? Vuoi rispondermi e alzarti e guarda che ti devi sbrigare perché la sirena si è accesa e sposta le macchine dalle strade e mi riempie le orecchie di fischi e porta via la mamma.
Hai capito SpiderMan, capito che me la porta via?
Rispondimi, Spiderman…..Spiderman….
Ti odio, a te e allo stoccafisso. Vi odio tutti, tutti.
E anche Carla e le lettere dell’alfabeto e la M scritta con il pastello nero e la Madonnina della mamma e la torta al cioccolato con le sue onde che ci mettono tantissimi giri di lancetta lunga e anche tanti di quella corta per scendermi nella pancia. E odio pure  le lancette, quella corta e quella lunga, che non si fermano mai e girano sempre  e fanno tutto di testa loro senza dare retta a nessuno. E adesso odio anche la mamma, sì. Odio anche lei, che si è fatta portare via e non mi ha detto nemmeno Ciao.
Sono giorni di prelievi, sangue tolto a volontà di medici che non sanno più cosa levarmi dal corpo per capire quale diavolo gli succede dentro. Ormai sono miniera ridotto all’osso, senza più estrazioni che valgano la pena di uno scavo, fatta col marmo dell’ultima scelta, viva a schegge e scarti da valore zero e costo gratis. Pure il falegname non mi considera più un affare, la mia segatura si è presa troppa acqua, buona al macero e niente altro.
Però non sono triste, sapevo che sarebbe finita così. A marmo e legno da buttare. Ci penserà la Madonnina del sacco nero a proteggermi, quando sarò finita del tutto dentro al bidone.
Suor Agostina aveva già capito la verità, teneva presente e chiara la mia sorte, il giorno in cui mi diede la statuina di quella Madonna fatta d’Africa e carbone. Voleva garantirmi compagnia santa e assoluzione certa, qualora fosse giunto il momento del mio aldilà di bucce, torsolo e pattume.
E chissà quale razza di Dio mi capiterà d’incontrare, di certo uno malandato e straccio, che mi pareggia in fatto di buchi e strappi. Magari uno storpio, che se ne va a passo di bagnarola in alto mare, tutto sbattuto a destra e poi a sinistra, uno capace di comprendere la fatica di camminare a gambe offese, in grado di capire bene il peso di chi si porta l’insulto appresso ai piedi, come il mio Primo, così da rendergli merito alla fatica e premio al coraggio con la medaglia della guarigione.
Perché da quanto il mio cucciolo-soldato sta al mondo, porta impiantata una bomba a orologeria dentro la spina dorsale, costretto a muoversi sotto il carico dell’esplosivo e il chiasso di un ticchettio che tiene fretta di mandarlo all’aria.
Una volta chiusi gli occhi, chiederò alla Madonnina del sacco nero di accompagnarmi subito al centro del pattume, dove c’è il salone grande con il Dio storpio che riceve tutti gli scarti della terra e ascolta le loro preghiere. Gli domanderò la cortesia di farsi artificiere, salire in spalla a Primo e disattivare quella bomba che gli minaccia la spina dorsale. Perché Primo è un bambino innocente, lui non ha niente da spartire con la guerra mia e di Vincenzo, con questo flagello che ci ha invaso il sangue. Primo merita il cammino della pace, un andare senza stampelle, via dai morti e dai feriti.
E’ un bambino fatto apposta per la vita, lui. Tiene la taglia giusta e tutte le misure precise per sguazzarci a pesce, dentro il mondo. Questa convinzione non me la leva nessuno, è più dura del dannato marmo che mi piglia i muscoli, più cocciuta del maledetto legno alle ossa, testarda il doppio della serpe che da otto anni mi spruzza veleno e guerra in vena. E la chiamano AIDS, questa serpe del diavolo, che solo a pronunciarne il nome ti sale un sibilo d’inferno tra la lingua e il dente. Che mi stritoli pure intera, questa serpe criminale, che tanto io al suo sibilo da inferno ho già risposto con un nome da paradiso, Primo. Nome che vince su tutto. Una volta detto, la guerra tace. E nessuna morte parla più.
Del resto, come potrebbe aprire bocca e trovare voce davanti a una creatura che è tutta uno squarciagola di vita e se ne sta lì, come l’altro giorno, sopra il suo letto, con un volume altissimo di forza addosso?
Stava attaccato alla macchinetta dell’areosol, con la mascherina contro la bocca e un fiato finto a sostituire il guasto di quello vero. La tosse aveva da poco spento la sua ruspa e smesso con lo scavo al respiro e il fosso ai polmoni. Lui conciato da terra allo sbaraglio, cantiere pieno di macerie, tutto scarto e suolo rotto. Eppure con una voglia matta di gridare il cielo.
Sì, perché teneva le cuffie della musica in testa e, appena mi ha vista entrare nella sua stanza, si è tolto la mascherina dell’aerosol dalla bocca, se l’è strappata via col gusto di chi leva il tappo a una bottiglia con dentro vino d’annata, vino troppo buono per restare al chiuso, vino che si spacca il cuore senza il bicchiere, vino che a tutti i costi va salvato. Da versare subito e poi bere, a colpo secco. In un solo fiato.
E Primo l’ha fatto, si è tolto la mascherina dalla bocca, il tappo dal cuore e ha preso a cantare il litro sfuso di un cielo che gli frizzava in corpo.
“Il cielo d’Irlanda” cantava, una canzone che gli bastò sentire alla radio una sola volta per uscirci pazzo e volerci andare a nozze. Subito mi chiese di comprargli la cassetta e il walk-man con le cuffie, la voleva ascoltare e ascoltare ancora, quella canzone. Senza mai lasciarla più.
…..Il cielo d’Irlanda a volte fa il mondo in bianco e nero ma dopo i colori li fa brillare più del vero….. il cielo d’Irlanda si muove con te…..il cielo d’Irlanda è dentro di te…..
Cantava così, Primo, pieno di un cielo che si versava nella stanza e mi scendeva dentro gli occhi e poi colava giù, a bagnarmi le guance fino a farsi sorso in gola.
Io lo guardavo, ubriaca persa di salute. Sbronza al punto da non sentire il suono della sveglia, sorda all’ora della medicina, libera dalla cura e dal malanno.
Con Carla abbiamo preso un accordo, si occuperà lei di Primo, se mai stavolta il marmo che mi punta il dito contro volesse cambiare aspetto, e farsi lapide anziché muscolo.
Ci starà bene, il mio cucciolo-soldato, in quella famiglia larga che Carla riesce a stringersi intera tra le braccia, troverà altri bambini, come lui nati a piè pagina di mondo, tutti figli delle ultime righe. Assieme a loro, Primo risalirà lungo il foglio della sorte, fino al margine alto che gli spetta. Una volta lì, potrà cominciare a stendere il suo alfabeto e a scrivere il nuovo capitolo della vita.
Perché già quando mi stava in pancia, lui teneva la voglia di una verticale, voleva andare dal basso all’alto, filare dritto dalla terra al cielo, tale e quale a SpiderMan, il suo eroe preferito.
Quel tre Agosto di sette anni fa, il travaglio mi si avviò con il convoglio della metropolitana, Primo prese a scalciare la sua urgenza di verticale proprio dal punto più basso, sotto il suolo di Milano, lungo la tratta Cadorna-Porta Venezia.
Il treno era appena partito, il vagone semivuoto, con dentro pochi passeggeri rimasti a friggere nella padella metropolitana. I corpi buttavano odore di olio ripassato, si sudava peggio delle triglie che mio padre girava nella farina, quando certe sere cucinava a noi figli un avanzo di pesce buono, uno di quelli che nessuno gli aveva comprato al mercato.
Il tempo di una fermata, e la prima doglia si fece sentire. A questa ne seguirono altre, scosse di un sisma personale, la terra mi tremava nella pancia e restava ferma fuori. Primo proprio doveva uscire, non ne poteva più del chiuso della pancia e del sotto del suolo, voleva l’alto e l’aria, la voleva così tanto da rompermi le acque per prendersela. Scesi a Cairoli e domandai aiuto per salire le scale, soccorso di Croce Rossa per il trasporto all’ospedale.
Se ne uscì fuori bellissimo, il mio Primo, con uno strillo acuto e un pianto da manuale, tutto felice di stare vivo al secondo piano del Fatebenefratelli. Qualche metro più su dalla strada.
L’infermiere entra con la solita iniezione pronta. Allungo il braccio, lascio che ago e siringa facciano il loro mestiere, si adoperino affinchè il marmo in corpo molli la sua presa. Così, il granito dei muscoli piglierà la consistenza dell’impasto per la torta al cioccolato che piace tanto a Primo. E, quando lui verrà a trovarmi, magari riuscirò a sollevare le braccia e a stringerlo.
Io lo so che SpiderMan è diventato triste quando mi sono arrabbiato con lui, e l’ho preso a pugni perché non ha fatto niente per liberare la mamma dallo stoccafisso e fermare gli uomini arancioni che l’hanno portata via.
Poi però ho capito che lui non può usare sempre i suoi poteri, cioè in certi momenti riesce ad arrampicarsi sopra i muri e a sconfiggere i cattivi, che così poi le cose tornano a posto e i buoni vincono e tutto diventa bello.
Altre volte invece si sente stanco e forse anche un po’ malato, come me quando mi viene la tosse brutta e mi manca il respiro e devo mettermi la mascherina dell’aerosol.
E quando sta così SpiderMan non può fare niente, solo riposare e aspettare che tornino le forze e anche i poteri.
Ecco, dato che ho capito questa cosa, gli ho chiesto scusa per essermi arrabbiato, scusa anche per i pugni e per avergli detto che lo odiavo.
Lui mi ha perdonato e abbiamo fatto la pace. Allora io ho preso lo zaino e ho dato una carezza a SpiderMan. Poi mi sono messo vicinissimo a lui con la faccia e, con la voce bassa che si usa per i segreti, gli ho detto che gli volevo bene, e volevo bene anche a Carla e alla mamma, alla mamma tanto tanto, e non era vero che li odiavo tutti. Non era vero.
Solo lo stoccafisso odiavo e lo odio ancora, e anche gli uomini arancioni che hanno portato via la mamma. Anche loro li odio.
Adesso la mamma è nella stanza bianca con la neve dura alle pareti e non è più nella nostra casa e nemmeno io ci sono. Carla mi ha portato dove abita lei, che è una casa con le pietre, il giardino grande e per arrivarci bisogna prendere l’autostrada e andare in macchina per almeno un giro intero della lancetta corta e un po’ di giri di quella lunga.
Questo posto sta in mezzo ai campi e dalla finestra della camera vedo anche i girasoli che ruotano un po’ a destra e un po’ a sinistra. Mi domando se pure a loro viene lo stesso torcicollo mio, di quando tengo la mascherina dell’areosol sulla bocca e ascolto la musica nelle cuffie e muovo la testa un po’ di qua e un po’ di là per cercare quel cielo d’Irlanda che mi dice la canzone.
Sono sicuro che prima o poi riuscirò a trovarlo, quel cielo.
Di solito non lo cerco soltanto in alto, cioè non guardo il soffitto e basta, cerco bene in tutta la stanza. Mi metto lì seduto sopra il letto, infilo la mascherina dell’areosol e poi le cuffie dentro le orecchie e quando la musica parte, allora comincio a cercare. Che magari il cielo d’Irlanda è scappato sotto il letto, oppure dietro alla foto con su la mia faccia che ride e quella della mamma che mi guarda, o può essersi cacciato sopra l’armadio grande. E allora, in quel caso, allungo il collo più che posso, giro la testa indietro, tiro su gli occhi e provo a vedere se il cielo d’Irlanda si è messo sdraiato là in cima. Poi mi accorgo che non c’è  e allora abbasso subito la testa, piego il collo più che posso e tiro giù gli occhi, fosse mai finito sotto la porta, chissà.
Insomma, quando inseguo il cielo d’Irlanda faccio fare tanta ginnastica al collo, e la testa per stargli dietro sbatte un po’ a destra e un po’ a sinistra, come fa la mamma quando si libera dallo stoccafisso e diventa anguilla.
Forse, se lei mi vedesse cercare il cielo d’Irlanda dentro la stanza tutta bianca e con la neve inutile alle pareti, la stanza dove l’hanno portata gli uomini arancioni e dove lo stoccafisso la tiene prigioniera, ecco, se mi vedesse lì che muovo la testa e inseguo il cielo, forse la mamma riuscirebbe a liberarsi. Le tornerebbe in mente come si fa a diventare anguilla, e potrebbe scappare via dalla stanza bianca, via dagli uomini arancioni e lontano per sempre da quello stoccafisso che odio.
Così staremmo di nuovo insieme, a casa nostra, con il gioco del bruco e della farfalla che ci fa ridere tanto.
Ecco, forse ho trovato la soluzione, quella cosa che esce fuori dopo l’uguale quando Carla mi fa scrivere i numeri con i segni del più e del meno nel mezzo, o quella cosa che arriva quando scopro il colore giusto di una lettera, che poi viene bellissima e tutta dritta come la M della Madonnina della mamma con il pastello nero.
Con la soluzione, so cosa fare. Adesso prendo subito il mio walk-man, il cielo d’Irlanda è già dentro perché la cassetta non la tolgo mai, metto tutto nella tasca dello zaino e chiedo a SpiderMan di tenermi il cielo per un po’ e di stare attento che non gli capiti niente di brutto, tipo rompersi o perdersi. Poi, con lo zaino e il cielo in spalla, vado da Carla e le chiedo di portarmi dalla mamma che ho voglia di vederla.
A Carla non racconto del mio piano, la soluzione è un segreto tra me, SpiderMan e il cielo d’Irlanda. Se poi funziona, dirò a Carla che è stata una magia, così lei si deciderà a comprarmi la scatola che la signora bionda della cartoleria tiene in vetrina, quella con dentro la bacchetta, i dadi, le carte e tutte quelle cose che servono ai maghi per fare sorprese alla gente.
Allora SpiderMan, hai capito bene come funziona? Adesso saliamo in macchina con Carla, aspettiamo seduti e buoni per almeno un giro intero della lancetta lunga e un po’ di giri di quella corta, fino all’ospedale dove sta la mamma. Poi andiamo nella sua stanza tutta bianca, tu mi passi il walk-man con il cielo d’Irlanda dentro, io lo accendo, mi metto le cuffie e comincio a cercarlo, proprio come a casa nostra, quando tengo la mascherina dell’areosol sulla bocca e le gambe lunghe e distese nel letto.
Così la mamma vedrà la mia testa che si muove sopra e sotto, gli occhi che girano a destra e a sinistra, capirà che sto cercando il cielo d’Irlanda, anche a lei verrà voglia di sapere dov’è e mi aiutarà a trovarlo.
Sì, SpiderMan, la mamma comincerà a muovere la testa e poi le tornerà in mente come fare l’anguilla, alla faccia di quello stoccafisso che non la vuole lasciare. Hai capito SpiderMan?
Poi, per essere ancora più sicuri, il cielo lo possiamo anche gridare, basta alzare tutta la voce sopra la musica, così la mamma non si può sbagliare, capirà bene quello che stiamo cercando e di certo vorrà aiutarci.
SpiderMan, se poi ce la facciamo e tutti e tre assieme riusciamo a trovarlo, allora chiedo alla mamma di farti vedere il gioco del bruco e della farfalla. Che, secondo me, nel cielo d’Irlanda, viene bellissimo.
Il respiro mi si disfa, prima di salire al naso scompare in un altrove che non si piglia,  né con le mani e né con gli occhi. Fa lo sbuffo del treno a vapore, mi soffia il fischio in gola ma poi non va da nessuna parte. Resta fermo, qui nel collo, a soffocarmi con la sua falsa partenza.
Da bambina ne ascoltai tanti di fischi, tutti usciti dalla bocca di mio padre, quando per chiamarmi si metteva due dita in bocca e poi soffiava forte. Io allora lasciavo gli amici, li piantavo nel mezzo del gioco e correvo lungo il molo, fino al ristorante dove papà mi aspettava con la cesta di pesci in mano. Ogni tanto andava a fare la consegna diretta a Tonino, il proprietario di una trattoria di Napoli. Gli portava le triglie fresche, buone al salto dentro l’olio.
Mi piaceva accompagnare la sua consegna, mettermi vicino alla cesta di pesce crudo, e respirare quell’odore di guizzo nel sale. L’aria andava giù liscia e poi risaliva al naso tutta intera.
A quel tempo il fiato non era fischio rotto e partenza falsa, pieno di triglie fresche sapeva dove andare. Dalla gola correva dritto al mare.
E chissà che quei respiri miei di bambina non siano finiti dentro agli occhi di Primo, nel blu mosso del suo sguardo, marea alta che non molla l’onda. Se così fosse, lui avrebbe una riserva di fiato sotto le palpebre, ossigeno di soccorso nel caso un giorno la crisi di tosse andasse a mille e la macchinetta dell’areosol si fermasse a zero. Almeno potrei dire che è valsa a qualcosa, la mia infanzia di pesce, scoglio e sale.
Mi giro piano sul fianco, dal comodino la Madonnina del sacco nero guarda il mio corpo, aspetta che il marmo dei muscoli si faccia uguale al suo carbone.
Così, quando saremo carne dello stesso colore, andremo mano nella mano da quel Dio storpio e sgangherato che ci attende tra il pattume.
E magari sarà pure bello, scoprire quanto è simpatico il Dio zoppo che saltella sopra i vetri rotti e di una mela succhia il torsolo, per lasciare la polpa al mondo.
E magari sarà pure bello, scoprire che la buccia della banana è più gialla di un’aureola, la scorza del limone più santa di un angelo, e il mio Primo più sano di chi non ha mai avuto malanno.
E pare proprio che sia così, pare il principe della salute, il mio Primo che adesso entra nella stanza a passo di stampella e tango, il fianco di un torero che schiva le corna e nell’arena avanza, spalle dritte e gambe all’erta.
Si siede ai piedi del letto, sfila dalle spalle lo zaino con SpiderMan stampato sopra, apre la tasca laterale, prende il suo walk-man e mette le cuffie alle orecchie.
Pochi secondi e questa camera bianca si riempie di cielo. L’Irlanda diluvia dal soffitto, sgorga dal pavimento, spacca tubi e guarnizioni, guasta ogni morte e lascia che la vita scorra a salto, a spaccata, capriola.  A serie completa di un’acrobazia eseguita tutta da Primo, dalla sua testa che si muove sopra e sotto, dai suoi occhi che girano a destra e a sinistra, dalla sua voce che si è fatta cielo a furia di gridarlo, e ormai è solo Irlanda. E di Milano non ha più niente.
Voglio venirci anch’io con te, Primo. Voglio venirci anch’io, in quell’Irlanda tua.
Aspetta che adesso stringo la Madonnina del sacco nero e le chiedo un biglietto gratis per partire, uno che mi faccia andare dal cuscino fino ai piedi del letto, dove ci siete tu e l’Irlanda. Tiro su la schiena, metto l’ultima forza nel viaggio. E vi raggiungo.
Io lo so che Carla ha la preoccupazione perché mi vede triste e da qualche giorno non mangio la torta al cioccolato, anche se lei ha cercato di farmela uguale a quella che mi preparava la mamma.
Solo che la mamma mi faceva il mare mosso e le onde grandi tutte di cioccolato in cima alla torta, e quelle scendevano giù nella pancia con la forza dei cavalloni quando c’è tanto vento che agita il mare.
E anche se ci mettevano sempre almeno due giri di lancetta corta e un pò di giri di quella lunga per passare dalla gola, le onde di cioccolato della mamma in pancia mi arrivavano sempre.
Invece il mare di Carla è calmo e le sue onde di cioccolato sono piatte e non hanno la forza dei cavalloni. Perciò, anziché scendermi nella pancia, si fermano in gola e poi io non respiro e allora preferisco non mangiarle. E non mangio neanche la torta che sta sotto con il pan di Spagna dentro.
Per ora è così, e ho detto a Carla che non deve restarci male e nemmeno essere triste perché può darsi che un giorno impari a fare il mare mosso e le onde grandi, quasi come quelle della mamma.
Ma io lo so che non potranno mai essere uguali del tutto alle sue, perché la mamma aveva un modo speciale di prepararmi le onde di cioccolato sopra la torta.
Insomma, quelle erano le sue onde.Della mamma e basta.
Io ci ho provato, a usare la soluzione per liberare la mamma dallo stoccafisso e dalla stanza bianca e dagli uomini arancioni.
Ci ho provato io, insieme a SpiderMan.
Abbiamo usato la soluzione per farla tornare a casa, per avere ancora le sue torte al cioccolato con le onde speciali sopra.
Ci siamo andati noi, a trovarla all’ospedale.
Siamo entrati nella stanza bianca con la neve inutile alle pareti e abbiamo cominciato a cercare il cielo, quello d’Irlanda che girava dentro il walk-man e mi suonava nelle orecchie. E ci siamo messi pure a gridarlo, il cielo, quando abbiamo capito che la mamma faceva fatica a lasciare lo stoccafisso per diventare almeno anguilla.
Ci siamo riusciti noi, a liberare la mamma.
Perché dopo che SpiderMan è rimasto senza voce e io con un filo appena, la mamma ha allungato il braccio verso il comodino, ha stretto in mano la Madonnina che lei chiama del sacco nero, si è alzata dal cuscino e poi è venuta vicino a noi. Mi sa che in quel momento lei l’ha visto, il cielo d’Irlanda.
L’ha trovato per prima e voleva farlo vedere anche a me e a SpiderMan, allora è andata avanti per farci strada ma poi è successo qualcosa di sbagliato, la mamma è ricaduta sul cuscino ed è rimasta immobile.
Però non più da stoccafisso, no. Stavolta era ferma come una farfalla che si appoggia sul fiore. E un po’ sorrideva.
Insomma, la mia soluzione ha funzionato ma non del tutto. Perché la mamma poi a casa non ci è tornata.
Io lo so che dev’essersi persa nel cielo d’Irlanda, che a un certo punto non ha più visto né me né Spiderman e né la strada per tornare indietro. Allora ha deciso di restare là, a fare il gioco del bruco e della farfalla, e ogni giorno lo ripete e si allena per farlo sempre meglio. Così, quando io e Spiderman la raggiungeremo, lei sarà diventata bravissima e Spiderman non crederà ai suoi occhi quando la vedrà così, bellissima bruco e bellissima farfalla.
Intanto noi continuiamo a cercare il cielo d’Irlanda, vero SpiderMan? Così poi troviamo la mamma e magari stavolta ci riusciamo, a riportarla a casa.
Carla fa sciogliere la pastiglia dentro il bicchiere. Io la bevo che almeno la tosse diventa meno cattiva e mi lascia in pace il respiro. Poi infilo la mascherina dell’areosol sulla bocca, chiedo a SpiderMan di passarmi il walk-man che si è tenuto in tasca, e mi metto le cuffie alle orecchie. Tieniti forte, Spiderman, che adesso si parte.
Per il cielo d’Irlanda.