Stropiccio gli alfabeti, strizzo le parole fino a farne mille pieghe,
le invecchio all’ultima ruga, dove la voce s’accuccia solo a dire il vero,
e il fiato per mentire non trova spazio,
e lo spazio per il fiato si è fatto smilzo,
ossicino ultimo della confessione, coda magra di colpi nuovi.
E  sputano il sasso dalla gola, queste lettere piegate alla gobba, schiacciate alla terra,
rimettono il reperto del cielo, 
la stella nera, il cruccio del gregge,
stella caduta per mancanza di pastore.
Quella che scombina gli zodiaci e tira matta la sorte. 
E’ l’ingoio dei forzati al suolo, il rigurgito che nessuno vuole in bocca,
tranne quando la parola muore.
E per vivere non serve più catena di segni nè illusioni.