Da bambina passavo ore accanto alla finestra della mia stanza, mi girava in testa la convinzione di esseri lontani in visita dallo spazio.  Alieni antenati, barbe bianche passate dentro la vernice fresca delle stelle, omuncoli con la pelle cosparsa di mappe cosmiche, un pieno di rughe addosso con cui tutti i pianeti dovevano fare i conti, per non smarrirsi nel giro a vuoto delle proprie orbite.
Cercavo nel mezzo della notte i corpi dei padri lontanissimi, li immaginavo a bordo di una navicella fatta a legno e corda, canestro intrecciato alla coda delle comete, prototipo della mia culla di nascita.
Mi figuravo venuta al mondo per lo sfizio di uno sbarco, per il collaudo di un  atterraggio sulla terra.