Vado per migrazione contraria,
mi trascino fuori dall’inverno con l’ala incagliata nell’ultima estate,
annodo le piume allo scarto del fieno, alla paglia bruciata dal sole. 
E’ la stagione esaurita, il gancio che mi tira,
quell’Agosto di fuoco spento e cenere sbriciolata sulla riva. 
Sono le conchiglie frantumate, le corde che m’imbragano il volo,
la cozza rotta contro lo scoglio, il mollusco aperto al vento. 
Tutti muovono a terraferma, baraccati sopra la neve fresca, forti di scarponi nuovi, a contendersi il metro quadro di un bianco intatto.
Io sollevo i piedi, buttata all’indietro m’allargo al disuso del mare. 
Sia pure alga nella testa e petrolio nel respiro, 
sopra o sotto l’acqua io continuo a volare.
Non ci resto impalata al suolo, stanca di guerra per un pugno di neve.